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mercoledì 28 dicembre 2016

Destra e sinistra appartengono ormai al passato

L’ultimo saggio di Maurizio Pallante, Destra e sinistra addio, è il sedimentato culturale di un processo di evoluzione teorica cominciato dall’autore ormai vent’anni fa, con Le tecnologie d’armonia (Bollati Boringhieri, Torino 1994), e proseguito con l’elaborazione della sua “decrescita felice”, che si caratterizza per i richiami all’autoproduzione e alla proposta di riduzione selettiva di tutte quelle merci che non sono beni e che non possono diventarlo in alcun modo.
Da decenni Pallante critica il modo di produzione industriale della società tecnologico-capitalista, che si sta dirigendo – ormai, forse, senza alcuna possibilità di recupero – verso la catastrofe. Tuttavia in questa sua ultima fatica, non si limita a osservare gli aspetti critici della razionalità economica occidentale, ma si spinge fino al cuore. Al centro.
E spingersi al centro significa mettere in discussione le categorie culturali e politiche di destra e sinistra che considerano positivamente l’attuale modo di produzione industriale, responsabile di una crescita economica – con annesso disastro ambientale – senza precedenti.
Destra e sinistra sono due facce della stessa medaglia. Entrambe considerano le rivoluzioni industriali un progresso rispetto al passato: salvo poi distinguersi quanto alla modalità di distribuzione dei benefici. Entrambe hanno spinto irresponsabilmente masse di persone dalle campagne alle città, trasformando milioni di contadini in milioni di proletari al servizio del grande capitale. La storia ha poi mostrato che quanto alla crescita dell’economia le politiche della destra si sono rivelate più efficaci di quelle di sinistra. E i risultati di questa razionalità sventurata sono sotto gli occhi di tutti.
Si badi, però, dire destra e sinistra addio non equivale a sostenere che la destra è uguale alla sinistra. D’altronde Pallante mette più volte in risalto le differenti pulsioni: quelle della destra alla disuguaglianza, e quelle della sinistra all’uguaglianza. Ma la pulsione all’uguaglianza, ed è questo un nodo cruciale, non è prerogativa assoluta della sinistra connotata storicamente (anzi, le preesiste e le sopravviverà). Si tratta semmai di declinare l’uguaglianza in modo nuovo, fuori dalla prassi tecno-industrialista.
Questa impostazione, per essere compresa appieno, richiede una riconsiderazione ontologica del tutto. Necessita di un ripensamento delle relazioni in senso orizzontale non solo fra esseri umani, bensì anche fra esseri umani e contesto naturale (di cui l’essere umano fa parte). L’uomo non è più il signore della terra, ma è un modo d’essere fra altri modi d’essere che compartecipano all’unico essere.
Pallante nota, allora, che per ripensare la società in modo ecologicamente sostenibile è fondamentale mettere in discussione l’antropocentrismo, orientandosi verso una visione cosmocentrica della cultura, della società, della politica e del mercato.
Destra e sinistra, conservatori e progressisti sono figure della contrapposizione, figlie della scissione ontologica, dell’opposizione tra la tesi e l’antitesi in vista di una sintesi, che in qualunque modo la si metta, è sempre violenta. Pallante, invece, invita a ripensare il mondo, e le parole che lo costituiscono, ripartendo dal singolo che non si pone più su un piedistallo rispetto al contesto.
E quel singolo-in-relazione è il medesimo a cui si rivolge anche Papa Francesco nella sua Laudato sì: “bisogna operare il bene, dal momento che il male esercitato sul mondo è male fatto a se stessi”. Tutto è in relazione. Perché l’essere è tutto, e niente è fuori dall’essere.
Questa visione del mondo è troppo grande e complessa per poter essere espressa e compresa politicamente dalle categorie codificate di destra e di sinistra. Qui c’è di più. C’è quella visione del mondo che si sottrae alla volontà di sopraffazione per lasciarsi dire ancora, ancora e ancora da una parola polisemica, che spalanca spazi di poesia. Quella poesia del vivere in comunione col creato e con la natura a cui tutti noi afferiamo, senza distinzione.
In questo senso – e per molti altri, che ognuno di voi saprà indicare – Destra e sinistra addio è un libro che si manifesta in un tempo opportuno. Perché, suggerisce Pallante, se ci sarà ancora la possibilità di un domani, destra e sinistra dovranno appartenere necessariamente a categorie di un triste e lontano passato.

giovedì 18 febbraio 2016

La forza rivoluzionaria della spiritualità nella società materialista e consumista

Pubblico un Estratto dal libro Destra e sinistra addio, Lindau, Torino 2016, pagg. 198 – 203
Il denaro può essere considerato il fondamento del sistema dei valori soltanto da persone che hanno smarrito la dimensione spirituale e non riescono a vedere nella vita altra prospettiva dalla soddisfazione delle esigenze materiali, che accomunano gli esseri umani alle altre specie animali, con similitudini sostanziali nella classe dei mammiferi a cui essi appartengono. La spiritualità è una dimensione esistenziale esclusivamente umana, caratterizzata da pulsioni, riflessioni, sentimenti, slanci e desideri razionalmente incomprensibili, che non attengono alla sopravvivenza degli individui e della specie. È la sfera in cui si manifesta l’etica e la facoltà di pensare. La spiritualità consente agli esseri umani di sviluppare la consapevolezza delle relazioni e delle interdipendenze che li connettono a tutte le altre forme di vita. Questa consapevolezza, che può essere più o meno sostenuta razionalmente, o più o meno istintiva, è il presupposto che può indurre ad agire per evitare che se ne sbrindelli la trama. La spiritualità si manifesta ai livelli più alti nei rapporti fondati sull’amore, un’intimità reciproca, una condivisione di scelte esistenziali così profonda che travalica la razionalità e si realizza col dono incondizionato del proprio tempo e delle proprie capacità alle persone amate. Un dono gratuito, che non prevede restituzioni e può assumere forme diverse senza mutare la sua sostanza. È il rapporto tra genitori e figli, tra amanti, tra persone appartenenti a una stessa comunità religiosa. È la pulsione interiore che induce a dedicare la propria vita ad alleviare le sofferenze di coloro che sono stati colpiti con particolare durezza nella psiche, nel corpo, dalle vicende della vita, da sofferenze causate dalle condizioni di deprivazione affettiva o di miseria materiale in cui sono cresciute. È la motivazione che induce il contadino anziano a piantare alberi di cui non mangerà i frutti, memore di aver mangiato da bambino i frutti di alberi piantati da chi sapeva che non ne avrebbe mangiati. Il dono gratuito e incondizionato del tempo, che sostanzia i legami interpersonali fondati sull’amore, veniva indicato in latino con la parola donum. Oltre che con questo tipo di dono, gli esseri umani possono rafforzare le connessioni che definiscono il loro essere come con-essere, per riprendere una  definizione di Alessandro Pertosa (nel libroDall’economia all’euteleia. Scintille di decrescita e di anarchia, Edizioni per la decrescita felice, Roma 2014), instaurando tra loro rapporti di scambio basati su un dono del tempo che implica la restituzione, non immediata né scadenzata, né quantificata rigorosamente, basata sulla fiducia reciproca. In latino questo tipo di dono veniva definito munus. Sul dono del tempo che implica la restituzione si fondano i rapporti comunitari, ovvero i legami sociali tra nuclei di persone che si conoscono, vivono in uno spazio territoriale delimitato, generalmente un paese, e si scambiano vicendevolmente lavori e servizi senza la mediazione del denaro. Mentre gli scambi mediati dal denaro sono impersonali e implicano una competizione tra i contraenti – chi vende punta a ricavare la somma più alta possibile, mentre chi compra tende a spuntare il prezzo più basso – gli scambi basati sul dono reciproco del tempo implicano la condivisione e la solidarietà. Se uno dei contraenti non rispetta la regola implicita del controdono, rompe il rapporto di fiducia e si autoesclude dai legami comunitari. Benché non siano mai stati codificati formalmente, i rapporti comunitari fondati sul munus, presentano le stesse caratteristiche di solidarietà in tutti i luoghi del mondo e in tutte le epoche storiche. E presentano anche le stesse forme di deviazione, consistenti nella possibilità di utilizzare il dono come strumento di dominio da parte di chi è in grado di fare e fa doni così grandi che non possono essere restituiti da chi li riceve. Tuttavia deviazioni di questo tipo si possono realizzare solo in presenza di grandi diseguaglianze, che costituiscono di per sé un impedimento sostanziale alla realizzazione di rapporti autenticamente comunitari. Oltre l’ambito degli scambi interpersonali che avvengono nel quotidiano, in alcune scadenze con una forte connotazione simbolica per la vita delle comunità, il munus assume connotazioni corali, presentandosi sotto la forma di una solidarietà collettiva che coinvolge non solo i rapporti degli esseri umani tra loro, ma anche con i luoghi del mondo in cui vivono e da cui traggono ciò di cui hanno bisogno per vivere. Si pensi ai momenti della vita contadina tradizionale in cui si raccoglievano i frutti del lavoro e dell’attesa di un anno: la mietitura del grano, la trebbiatura e la vendemmia, in cui tutte le famiglie a turno si aiutavano vicendevolmente. Momenti di solidarietà e di festa che sono finiti quando l’economia del dono è stata sostituita dalla mercificazione e i raccolti sono stati effettuati da persone pagate per farlo: contoterzisti, braccianti e giornalieri.
Mentre le relazioni fondate sul munus sono inevitabilmente limitate al momento in cui avvengono, le relazioni fondate sul donum sono in grado di superare i limiti spazio-temporali che connotano la condizione umana e di creare legami tra le generazioni attraverso l’arte. Le opere d’arte, in tutte le loro forme – musica, pittura, scultura, architettura, letteratura – sono lasciti di bellezza e di armonia aggiunte dagli esseri umani alla bellezza e all’armonia originarie del mondo, arricchiti da ogni generazione e tramandati sotto forma di dono inevitabilmente gratuito alle generazioni successive, fino a quando la modernità ha trasformato l’arte da dono in merce, sottoponendola, come tutte le merci, alle regole della pubblicità, del prezzo, del profitto e della deperibilità.
La spiritualità non coincide con la fede, ma ne è il presupposto. La fede è la manifestazione della spiritualità di chi crede in qualcosa che non è dimostrabile razionalmente. «Fede è sustanza di cose sperate / e argomento delle non parventi», ha scritto Dante nel canto XXII del Paradiso, ai versi 64-65. La spiritualità si manifesta anche senza la fede, ma senza spiritualità non c’è fede e la religione diventa un guscio vuoto, privo di vita. Oppure uno strumento di potere utilizzato per dominare e condizionare i comportamenti delle persone più deboli.
Chi mantiene viva la sua spiritualità non può condividere i valori di un sistema economico e produttivo fondato su un antropocentrismo devastante nei confronti degli ambienti, violento nei confronti di tutti gli altri viventi, ingiusto nei confronti dei popoli poveri e delle generazioni future. La spiritualità è la forza più grande che si possa contrapporre alle iniquità generate da questo sistema. Il recupero della spiritualità in una società che tende ad annullarla per concentrare ogni interesse sugli aspetti materiali della vita, è una metanoia, un cambiamento del modo di pensare e del sistema dei valori, una liberazione interiore dai condizionamenti che inducono a credere che il fine dell’economia sia la crescita della produzione di merci e il senso della vita si identifichi col potere d’acquisto e col possesso di cose. Riducendo l’importanza del denaro e valorizzando le relazioni umane fondate sul dono incondizionato che caratterizza i rapporti d’amore e sul dono che implica la reciprocità, la spiritualità smonta i pilastri su cui il modo di produzione industriale ha omologato i pensieri e le aspirazioni degli esseri umani per rendere i loro comportamenti funzionali al raggiungimento dei suoi fini. È una scelta esistenziale che nella vita quotidiana assume la connotazione della disobbedienza civile, perché induce a non lasciarsi irretire dalle sirene del consumismo, ma a dedicare più tempo agli affetti che al lavoro, a leggere un libro, ad ascoltare un brano musicale, a visitare un museo invece di lasciarsi ipnotizzare dagli spettacoli d’intrattenimento. Perché induce a comprare poco senza pensare che si stia rinunciando a qualcosa. Comprare poco è una rinuncia solo per chi crede che il senso della vita sia comprare sempre di più. In realtà è una scelta liberatoria, che affranca dallo stato di insoddisfazione permanente cui si condanna chi ripone le sue aspettative di realizzazione umana nell’acquisto di cose, perché inevitabilmente le economie finalizzate alla crescita immettono in continuazione sui mercati cose nuove per non dare mai tregua al desiderio di acquistarle, consentendo di appagarlo solo nel breve intervallo di tempo necessario a mantenerlo vivo. E quel breve intervallo di tempo in cui il desiderio di acquistare viene appagato provvisoriamente dall’acquisto, non è nemmeno sereno perché, se si crede che il benessere consista nel possesso di cose, non si può evitare che venga corroso dal confronto con chi ne possiede di più. Solo un cambiamento del sistema dei valori consente di capire a quale mortificazione della propria umanità si condanni chi, lasciandosi irretire dalle sirene del consumismo smarrisce la propria spiritualità, a quale vuoto esistenziale sia destinato chi non percependo che il suo essere è costituito dal tessuto delle relazioni che lo connettono agli altri esseri viventi, non conosce più la solidarietà: non è capace a darne e non ne riceve.

giovedì 21 gennaio 2016

“DESTRA E SINISTRA ADDIO.” il nuovo libro di Maurizio Pallante

MAURIZIO PALLANTE
Destra e sinistra addio
Per una nuova declinazione dell’uguaglianza
Edizioni Lindau, Torino 2016
Collana «Le Frecce» | pagine 232 | euro 18,00 | e-book euro 12,99
IN LIBRERIA DAL 21 GENNAIO 2016
« È il momento di intraprendere un percorso politico nuovo, di aprire una nuova fase della storia in cui l’economia non sia più schiava della distopia della crescita infinita.
Se si abbandona l’ideologia della crescita, che ha accomunato da sempre la destra e la sinistra, sarà ancora possibile articolare in maniera diversa e rilanciare la tensione all’uguaglianza. »
***
Di «destra» e «sinistra», per designare due schieramenti politici contrapposti, si parlò per la prima volta allaConvenzion nationale di Parigi del 1792. Da allora queste due parole indicano chi ritiene che le diseguaglianze tra gli esseri umani siano un dato naturale non modificabile (la destra), e chi pensa che abbiano un’origine sociale e possano essere attenuate (la sinistra).
 Anche Norberto Bobbio nel suo libro del 1994, Destra e sinistra, arrivò alla conclusione che l’elemento di fondo della loro contrapposizione consiste nell’atteggiamento assunto nei confronti del concetto di eguaglianza degli essere umani.
Se si accetta questa conclusione, non si può non dedurne che le categorie di sinistra e di destra sono la manifestazione assunta storicamente, da poco più di due secoli, da due pulsioni contrapposte insite nell’animo umano. Tale consapevolezza induce però ad analizzare – in questo momento storico in cui la contrapposizione si è attenuata tanto da diventare impercettibile – le modalità in cui si è realizzata, a comprendere le ragioni per cui si è attenuata e a ipotizzare che, come ha avuto un inizio, essa è destinata ad avere una fine.
 Negli stessi anni in cui il contrasto tra egualitari e inegualitari, per riprendere le definizioni di Bobbio, assumeva la connotazione storica tra sinistra e destra, la rivoluzione tecnologica mutò le caratteristiche della disuguaglianza tra gli esseri umani, fondandola non più su una presunta origine divina, ma sul materialissimo, per quanto non meno potente né meno simbolico, denaro. Contadini, prima, artigiani, poi, sono stati obbligati a procurarsi un reddito monetario come operai e l’estensione della proletarizzazione, indispensabile per lo sviluppo della produzione industriale, ha realizzato un contesto tale per cui il benessere si identifica con il potere d’acquisto e il denaro diventa la misura della ricchezza.
 Nel mito del benessere e del possesso di cose, possibilmente da sostituire in tempi brevi con merci che superano in tecnologia quelle appena acquistate, il confronto politico tra destra e sinistra ha trovato un punto di contatto culturale fecondo che si è svolto sulla base della comune valutazione positiva della crescita della produzione delle merci (e del PIL), che entrambe hanno salutato come “progresso”, perché causa di una crescita economica senza precedenti (anche se, ovviamente, destra e sinistra si sono divise riguardo ai modi di distribuirne i benefici).
 Questo comune sistema di valori è stato capace di rendere innocua la pulsione egualitaria espressa dalla sinistra, spostando il desiderio di eliminare le cause dell’ineguaglianza al desiderio di avere una quota maggiore del redito monetario crescente, generato da quel modello.
 In Italia, per esempio, negli anni successivi alla fine della seconda guerra mondiale, la sinistra ha collaborato attivamente alla diffusione del modo di produzione industriale guidato dalla destra; si è impegnata molto a promuovere lo sviluppo del Mezzogiorno, contribuendo all’acquisizione del consenso da parte delle popolazioni, convincendole che ne avrebbero tratto solo benefici economici e occupazionali, e non anche gravi danni ecologici e sanitari. «Meglio morire di fumo che di fame». (SI CONSIGLIA VIVAMENTE LA VISIONE DI QUESTO FILMATO PROMOZIONALE DELL’IRI, GIRATO NEL 1959): https://www.youtube.com/watch?v=7vHRO7tgxEE
 Non è un gran progresso sulla strada dell’eguaglianza un aumento del reddito monetario che consenta di comprare generi alimentari pieni di diossina quando prima li si poteva autoprodurre sani e genuini; non è un gran progresso sulla strada dell’eguaglianza un aumento del reddito monetario che consenta di comprare acqua in bottiglie di plastica che prima non si doveva proprio comprare perché le sorgenti non erano state inquinate dagli scarichi delle produzioni industriali…
 Per questo oggi destra e sinistra appaiono entrambe espressioni di una storia finita: quella di un mondo che puntava a una crescita senza limiti, della quale non ha mai considerato i costi.
 L’economia mondiale è ormai entrata in una fase di instabilità destinata a durare e, soprattutto, si sta diffondendo la consapevolezza degli inaccettabili danni ambientali provocati dal modello di sviluppo perseguito fino a ora. 
Dire addio a questa obsoleta rappresentazione di interessi contrapposti è il punto di partenza per ridefinire programmi politici e per riformulare l’azione economica e sociale di questo Paese, sulla base di uno sguardo del tutto nuovo.
Un progetto politico davvero finalizzato a ridurre le diseguaglianze tra gli esseri umani, non può nonpresupporre lo smantellamento delle industrie nocive e un recupero dell’agricoltura di sussistenza con la vendita delle eccedenze, con l’obiettivo di raggiungere la massima autosufficienza alimentare. Le maggiori conoscenze scientifiche e gli strumenti tecnici oggi disponibili, offrono a un progetto politico in tal senso finalizzato, il carattere di una proiezione verso un futuro ben più desiderabile di quello sempre più preoccupante prospettato all’umanità dall’attuale sistema economico e produttivo.
 In questo libro si sostiene che se si abbandona l’ideologia della crescita è possibile ridare forza all’impegno per una maggiore equità tra gli esseri umani.
 A tal fine occorre avviare una decrescita selettiva della produzione sviluppando innovazioni tecnologiche che accrescano l’efficienza nell’uso delle risorse e attenuino l’impatto ambientale dei processi produttivi, perseguire l’autosufficienza alimentare valorizzando l’agricoltura di sussistenza, superare l’antropocentrismo estendendo l’equità a tutti i viventi, ridurre la mercificazione e l’importanza del denaro, riscoprire i beni comuni e le forme di scambio basate sul dono e la reciprocità, superare il materialismo e valorizzare la spiritualità.
Dall’analisi dell’Enciclica Laudato si’ di papa Francesco, e dal vivace dibattito che ne è seguito, sembrerebbe chequesta rivoluzione culturale sia iniziata.
«È arrivata l’ora – scrive il pontefice – di accettare una certa decrescita in alcune parti del mondo procurando risorse perché si possa crescere in modo sano in altre parti». Il superamento della povertà dei popoli poveri, secondo il papa, non potrà avvenire imitando il modello economico dei popoli ricchi. Per la prima volta, la decrescita riceve un riconoscimento della massima autorevolezza morale e viene indicata come la condizione indispensabile per realizzare in questa fase della Storia la pulsione all’eguaglianza insita nell’animo umano, che costituisce l’elemento caratterizzante dell’insegnamento di Cristo.
 Dopo due secoli e mezzo di esaltazione acritica della crescita da parte di tutte le correnti di pensiero, di destra, di sinistra e della stessa Chiesa cattolica, a fronte dell’irrisione riservata sino a ora alla decrescita da politici, imprenditori e intellettuali che pure si vantano della loro formazione cattolica (e che, per quanta buona volontà ci mettano, dal 2008 non riescono a far ripartire la crescita economica), questa affermazione di papa Francesco segna l’inizio di una svolta storica: «Come mai prima d’ora nella Storia, il destino comune ci obbliga a cercare un nuovo inizio»
Ma la classe politica – da entrambe le parti – se n’è accorta?? A noi sembra non esserne ancora pienamente cosciente, o non avere la forza di trovare risposte adeguate ai bisogni del nostro tempo.
« Appartengo a una generazione che ha voluto cambiare il mondo, ma che ha commesso il terribile errore di non volere cambiare prima se stessa. »
José Mujica
 L’autore
Maurizio Pallante è un eretico e un irregolare della cultura. Laureato in lettere, si occupa di economia ecologica e tecnologie ambientali. Nel 2007 ha fondato il «Movimento per la decrescita felice», di cui è presidente onorario. Tra i molti libri pubblicati, ricordiamo La decrescita felice. La qualità della vita non dipende dal PIL (2005) e Sono io che non capisco. Considerazioni sull’arte contemporanea di un obiettore alla crescita(2013). Con Lindau ha pubblicato Monasteri del Terzo Millennio.

www.mauriziopallante.it | www.facebook.com/maurpallante

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